Nicotera.
Nuovo
colpo messo a segno da un’operazione congiunta della Polizia Municipale e dei
Carabinieri contro gli allacci abusivi alla rete idrica comunale. A finire agli
arresti domiciliari sono stati questa volta due membri del medesimo nucleo
familiare, precisamente marito e moglie. I due, non solo servivano la loro
abitazione con l’acqua pubblica, ma annaffiavano anche gli estesi agrumeti e i
campi coltivati posseduti in divisione di beni. Per aggirare i controlli gli
astuti coniugi avevano installato una specie di contatore fittizio, per
riportava bassissimi livelli di consumo. Gli allacci abusivi alla rete idrica
individuati sono due. Per rintracciare il percorso sotterraneo dei tubi c’è
stato bisogno di un escavatore che ha portato alla luce un congegnato sistema
di bypass capace di irrigare abbondantemente i loro campi, facendo, nel
contempo, un uso spregiudicato di acqua senza versare nemmeno un centesimo
nelle casse comunali. Marito e moglie sono così finiti agli arresti domiciali.
Ma non solo. Dovranno restituire al Comune anche il mal tolto: infatti,
l’ufficio competente calcolerà ora il consumo abusivo di acqua e il relativo
ammanco economico ai danni del comune e degli altri contibuenti, nell’arco di
tempo degli ultimi cinque anni.
Scatteranno così le sanzioni previste dalla legge. L’operazione, realizzata nella mattinata di
sabato, rientra nel solco di una serie controlli previsti da Carabinieri e
Polizia Municipale per individuare le irregolarità nell’ambito dell’approvvigonamento
idrico. Specialmente a Nicotera Marina ne sono state intercettate a decine nel
corso dell’amministrazione commissariale. Controlli che non si fermeranno in
quanto tale malcostume sembra essere assai diffuso. Val la pena di ricordare,
infatti, che in seguito ai monitoraggi effettuati dagli organi competenti in
moltissimi hanno fatto richiesta di allaccio alla rete idrica comunale; il che
vuol dire che prima di allora la loro posizione era irregolare.
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mercoledì 19 settembre 2018
venerdì 20 aprile 2018
Confeuro. Il Gip ordina il divieto di esercitare l’attività imprenditoriale per i coniugi Lo Faro.
Era il 2 febbraio scorso quando la Guardia di Finanza sequestrava beni
mobili e immobili, per un valore complessivo di oltre tre milioni di euro, a
tre persone responsabili della Confeuro, una grande un’associazione sindacale
operante nella provincia di Vibo Valentia. I tre soggetti in questione sono il
49enne Eugenio Lo Faro e la moglie Maria Rosa Camillò, entrambi di Soriano,
titolari inoltre del patronato "Labor" con sede a Vibo, Pizzoni e
Soriano, e di Francesco Rosario Lo Faro. Appartamenti, case al mare,
autovetture, conti correnti bancari e postali, depositi e risparmio, polizze
assicurative, fondi pensioni e conti deposito titolo. Questa la fortuna
accumulata dagli indagati a cui il Gip del tribunale di Vibo Valentia, su
richiesta della Procura della Repubblica, aveva disposto una misura cautelare
patrimoniale, ovvero il sequestro di tali beni. Per capire in che modo gli
indagati hanno potuto far lievitare quanto illecitamente prelevato, basti
pensare che il Lo Faro era l’unico soggetto delegato ad operare nei rapporti
bancari e postali intestati all’associazione, mentre la Camillò e Lo Faro
Francesco erano componenti della presidenza territoriale, vale a dire l’organo
preposto alla redazione dei consuntivi. Stando alle accuse mosse nei loro confronti,
prelevavano arbitrariamente il denaro dell’associazione. I soldi, dal conto
corrente intestato alla Confeuro, venivano depositati nei loro conti correnti
privati. Il denaro riscosso, dunque, non era impiegato per il perseguimento
delle attività statuarie, ma, attraverso una serie di operazioni bancarie,
veniva distratto e depositato su conti correnti bancari riconducibili agli
indagati e utilizzato per fini personali. Le risultanze delle indagini,
coordinate dal Sostituto Procuratore della Repubblica, Benedetta Callea, hanno
portato il giudice del Tribunale di Vibo ad indagare i responsabili per
appropriazione indebita aggravata e autoreciclaggio.
La notizia di oggi è che Eugenio Lo Faro, come precisato, presidente e
rappresentante legale della Confeuro, è stato raggiunto da un’ordinanza
applicativa di misura cautelare interdittiva spiccata dal Giudice per le
indagini preliminari Graziamaria Monaco su richiesta del P.M. In pratica, il Lo
Faro non potrà esercitare l’attività imprenditoriale, per un periodo di dodici
mesi. La misura restrittiva applicata
dal Gip è finalizzata alla salvaguardia dell’integrità dell’ingente patrimonio
a disposizione dell’associazione. Un provvedimento che è il frutto del
prosieguo di un’inchiesta che ha permesso agli inquirenti di mettere in luce
l’attività criminosa di un’organizzazione sindacale dedita alla distrazione dei
proventi per uso personale e per il mantenimento di uno stile di vita
tutt’altro che frugale.
Un immenso giro di soldi che continuava a generare altro denaro e altre
attività illecite. Ad esempio, i ricavi e i profitti delle vendite dei titoli
venivano utilizzati, secondo il Gip, in
nuove operazioni di compravendita immobiliare.
Ma ora, per la coppia sorianese, è arrivato il momento di un lungo
periodo di fermo. L’interdizione di continuare ad esercitare le febbrili
attività imprenditoriali è il secondo, e forse non ultimo, step degli esiti
dell’intenso lavoro del PM e della Guardia di Finanza. Un’indagine, insomma,
che promette nuovi sviluppi.
Nella foto: il sostituto procuratore Benedetta Callea.
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