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giovedì 21 marzo 2019

Peppe Massara: storia di un successo e di un riscatto. Un ristorante italiano a York ispirato alla dieta mediterranea







Nicotera. E’ partito da Nicotera circa sette anni fa. Il suo obiettivo era ricominciare una vita altrove, aprirsi un’attività, diventare imprenditore di se stesso. E così, Giuseppe Massara, 31 anni, ha preparato le valigie e ha preso l’areo per l’Inghilterra, precisamente verso la città di York, nel Nord Est dell’isola. Qui, appoggiandosi solo sue forze, ha cominciato a lavorare sodo con un chiodo fisso nella mente: aprire un ristorante. Intanto frequentava una scuola per chef dove ha conseguito un diploma, oltre che un corso di catering. Non è stato semplice, né facile, ma alla fine Giuseppe, detto Peppe dagli amici, ce l’ha fatta; il primo di marzo ha aperto un locale il cui nome è tutto un programma: “Italianissimo”. Inutile dire che i piatti tipici sono quelli della cucina italiana, anzi, per essere più precisi, della cucina mediterranea. Nel menu che egli propone alla sua clientela c’è scritto chiaramente che la sua cucina si ispira ai dettami della dieta mediterranea, per cui da lui gli inglesi potranno scoprire i sapori e i colori della cucina nicoterese: pasta, legumi, ortaggi, frutta, olio d’oliva e  vino rigorosamente calabrese. Ma non solo. Nei menu del suo locale campeggia il logo del ristorante, che è lo stemma della città di Nicotera, con il suo castello, la sua corona e due rami d’alloro intrecciati. Un modo per dire al mondo qual è la sua patria, dov’è la sua casa, da quale cittadina dell’area mediterranea è partito per cercare di realizzare i suoi sogni. Un omaggio alla sua Nicotera che porterà sempre nel cuore, ma dalla quale ha dovuto staccarsi per dare una svolta a un destino che pareva inesorabile e che, ad un certo punto, sembrava inchiodarlo ad una sorte già toccata ad altri ragazzi del posto, tra disoccupazione e rischio di inciampare in scelte sbagliate. Peppe è stato forte e determinato. Ha preso la sua vita e l’ha portata lontano da un territorio bellissimo e ricco di risorse, ma che non sembrava potesse offrirgli occasioni di lavoro e di riuscita. Però si sa, quando si va lontano dalla propria terra, essa rimane appiccicata nel cuore e sulla pelle e i ricordi del mare, del sole, sono un tarlo costante; e anche la malinconia del Sud ti sembra magica. Peppe ha sublimato la nostalgia imprimendo lo stemma di Nicotera al suo locale. Rivive il paese natale preparando pietanze tipiche: le essenze di basilico e origano, i capperi e le olive nere sono una costante dei suoi piatti. Piano piano, spiega Peppe, sta iniziando i suoi clienti all’alimentazione mediterranea: impresa non semplice per un popolo abituato al ketchup e ai cibi precotti. Eppure i clienti aumentano di giorno in giorno, le prenotazioni fioccano: se dapprima gli avventori guardavano con sospetto una fetta di pesce spada con capperi, pomodorini e origano profumatissimo di Nicotera, adesso apprezzano sempre di più i sapori forti e deliziosi della cucina di “Italianissimo”. Anzi, vogliono saperne di più: chiedono a Peppe di raccontargli qualcosa della dieta mediterranea. E così lo chef nicoterese ha deciso che allestirà nel suo ristorante una sequenze di foto d’epoca risalenti agli anni in cui Ancel Keys e il suo staff giunsero nella cittadina medmea per studiare le abitudini alimentati di un popolo che ignorava cosa fossero i disturbi cardiovascolari. Ogni foto sarà corredata da una didascalia che racconterà cosa accadde a Nicotera in quel lontano 1956, nonché i benefici della dieta mediterranea. Adesso Peppe ha sei dipendenti, e conta di assumerne altri, man mano che crescerà il volume d’affari. Questa è la storia di un sogno realizzato e di un riscatto, la storia di uno dei tanti giovani immigrati del Sud che non dimentica la sua terra.

sabato 9 marzo 2019

Dieta Mediterranea: per Nicotera un marchio privo di consistenza scientifica e culturale.


Nicotera. «Non c'erano alloggi per il team a Nicotera, ma non lontano, a Gioia Tauro, c'era un nuovo Jolly Hotel adeguato come residenza. I dottori e i funzionari a Nicotera erano deliziati di avere un gruppo di lavoro internazionale nel loro villaggio. Fecero di tutto per aiutarci… Volli cercare informazioni sulla mortalità, e mi fu dato accesso alle certificazioni ufficiali di morte. Controllando i certificati dei due anni precedenti, non riuscivo a capire sei registrazioni di uomini la cui morte era attribuita a “gelosia”. Chiesi al medico del luogo di spiegarmelo. Egli pensò un poco e rispose che poteva essere chiamata intossicazione da piombo. Rapidamente afferrai; le pallottole erano fatte di piombo». Quello che qui abbiamo proposto è uno stralcio del “The Seven Countries Study”, portentosa opera medica diretta dallo scienziato Ancel Keys, basata su uno studio che egli condusse sin dal 1956 nell’area mediterranea, grazie a una sovvenzione annuale di 200.000 dollari fornitagli dal servizio sanitario pubblico americano.
A Nicotera, insomma, era più probabile morire per “avvelamento di piombo” (come aveva definito, con un certo imbarazzo, il medico locale la morte per arma da fuoco) piuttosto, come emerse dagli studi, che di malattie cardiovascolari o metaboliche.
Lo studio, pubblicato per la prima volta nel 1978, dimostra come lo stile di vita e lo stile alimentare di diversi luoghi del Mediterraneo siano in grado di prevenire l’attacco cardiaco e l’ictus, proprio perché gli alimenti consumati da tali popolazioni erano privi di grassi, essendo basati su legumi e cereali. Uno stretto collaboratore del dottor Keys, Flaminio Fidanza, suggerì di iniziare le ricerche a Nicotera, paesino della Calabria, affacciato sul tirreno: il suggerimento era arrivato da un suo amico nicoterese, Alfonso Del Vecchio (nativo proprio della cittadina costiera). Iniziava così un grande studio ancora oggi all’attenzione della comunità scientifica internazionale. Quel grande “patrimonio immateriale dell’umanità” sarebbe stato ufficialmente riconosciuto dall’Unesco nel 2010.
Fu il professore Pasquale Barbalace, storico e studioso nicoterese, a parlare per primo, nelle sue numerose pubblicazioni, degli studi condotti da Ancel Keys a Nicotera. A lui si deve la divulgazione della memoria di quelle giornate storiche per la cittadina medmea, con foto e video inediti, con la cronaca fedele di quelle indagini scientifiche effettuate sui nicoteresi. Giorni memorabili. Ma cosa è rimasto, adesso, di quella grande occasione di rilancio del territorio? Hanno saputo i nicoteresi sfruttare questa grande opportunità? La politica l’ha valorizzata per quel che merita, a vantaggio dell’intera Calabria? La risposta è drammaticamente no. Dopo le interessanti pubblicazioni del professore Barbalace, che ha riportato alla luce un patrimonio sommerso, ora non è rimasto nulla, se non degli specchietti per le allodole, se con tale metafora vogliamo indicare i finanziamenti pubblici da intercettare, usando un marchio assolutamente inconsistente. Uno tra i primi a fondare un’associazione in città (“Associazione della Dieta Mediterranea Seven Countries Study”) sulla promozione della dieta mediterranea fu l’ex sindaco Salvatore Reggio che amministrò il Comune costiero dal 2008 al 2010, anno in cui il consiglio comunale fu sciolto per infiltrazioni mafiose. Il sodalizio non diede nuovo imput alla valorizzazione della risorsa alimentare, benchè i propositi fossero ottimi (promuoveva “la conoscenza, lo studio e la ricerca sui benefici per la salute della Dieta Mediterranea e su tutte le sue possibili applicazioni sul piano dell’alimentazione, del turismo, della produzione alimentare, della medicina e di qualsiasi altro settore”). Dopo quel nulla di fatto, il testimone passò ad Antonio Montuoro, consuocero di Reggio. Quella grande risorsa divenne, dunque, una “dinasty”, spesso gestita a livello familiare, sotto l’occio attento del Pd cittadino. La sua era, ed è, un’Accademia internazionale della Dieta mediterranea, a cui è collegato un marchio depositato che, però, e questa è la sorpresa, non ha un disciplinare, né delle direttive. Non è sorretto da un retroterra di studi rigorosi prodotti da agronomi, nutrizionisti e dietisti sul territorio nicoterese; un background, cioè, scientifico-culturale atto a promuovere seriamente l’importante risorsa per lo sviluppo del territorio. La mancanza di un disciplinare di stampo scientifico è un grande gap in quanto non vi sono delle precise direttive da adottare per chiunque voglia fregiarsi di quel marchio, perché quel marchio è una medaglia di cartone. Non serve a nulla, dunque, se non a captare dei fondi (quelli si) sia regionali che europei, soprattutto adesso che la Regione Calabria ha approvato la legge sulla valorizzazione della Dieta Mediterranea(anno 2017). Allo stato attuale, chi si affilia al quel marchio non può avvalersi di alcun supporto scientifico riconosciuto con la tradizione agroalimentare nicoterese. Stanti così le cose, si rischia, dunque, non solo di non dare benefici al territorio, ma di cagionarne un danno perché, appropriandosi di un’etichetta che fagocita ogni altra iniziativa, crea un immobilismo economico e culturale. Finora il territorio ha dovuto accontentarsi di interminabili convegni. E niente più. 
(nella foto: Ancel Kays e il suo staff a Nicotera nel 1957). 

lunedì 26 marzo 2018

Nicotera. Tutti i giovedì del mese il mercatino di Coldiretti per il rilancio dei prodotti della tradizione enogastronomica locale.


Nicotera. E’ fissata per giovedì 28 dicembre la data di inizio del mercatino della Coldiretti. Promosso dalla Commissione straordinaria alla guida di palazzo Convento, l’evento sarà realizzato grazie alla supervisione del Comando della Polizia municipale. Location del mercato il suggestivo viale Castello. Qui saranno allestiti stand in cui l’avventore può trovare tutto cio che è prodotto dagli artigiani ed agricoltori locali. Specialità, dunque, reperibili a kilometri zero, dal produttore al consumatore, senza passare dal tramite dei rivenditori. Il mercatino riserverà un’attenzione particolare alla gastronomia: olio, vino, formaggi, salumi, nonché una vasta gamma di prodotti dell’artigianato conserviero casalingo ancora in voga nel territorio e che resiste agli assalti della moderna industria alimentare. Un modo, dunque, per rivalutare l’insospettabile creatività e industriosità che  si nasconde tra le plaghe di un territorio fecondo tra mare e montagna, tra tradizioni e antichi sapori; l’occasione di assaporare prodotti gustosi e genuini, realizzati grazie alla sapienza, trasmessa da madre in figlia, di massaie, autrici di intingoli e bontà di ogni genere dei quali sarebbe delittuoso perderne la memoria. Il mercatino si propone dunque di rilanciare le grandi risorse gastrononiche e artigianali dei paesini, sia sulla costa che dell’entroterra. Questa impresa favorisce anche la rivitalizzazione di quel grande potenziale culturale e alimentare che è la Dieta Mediterranea. Non a caso partner dell’iniziativa è l’Accademia intenazionale della Dieta Mediterranea.
Il mercatino si terrà ogni giovedì del mese, sempre in viale Castello.

venerdì 1 settembre 2017

Il successo del vino "Trupia" di Brattirò.



Drapia. Benchè la cronaca ci ricordi quasi ogni giorno tutti i mali che affliggono il vibonese- dal traffico di cocaina alle piantagioni di marijuana alla mala gestione della cosa pubblica- esiste una realtà in questo territorio spesso non degnamente presa in considerazione. Parliamo delle incredibili risorse enologiche e gastronomiche che si nascondono tra le pieghe di una realtà di cui si conosce solo un volto drammatico e avvilente; di quelle risorse molte volte colpevolmente non valorizzate. Ad esempio, la piccola Brattirò, frazione del Comune di Drapia, che si erge sul cocuzzolo di un versante favoloso che digrada verso il mare azzurrissimo di Capo Vaticano, gode di una salda tradizione gastronomica ed enologica. Il territorio è, da tempi immemorabili, ricchissimo di vigneti. La sua uva, capace di mantenersi rossa e viva da settembre fino a Natale, saldamente attaccata al trancio, nei secoli, ha sempre donato un vino rosso e corposo che arricchiva le tavole dei contadini e dei signori. Ora, questa antica tradizione, è stata sapientemente ripresa- dopo una battuta di arresto, voluta dalle logiche delle normative della comunità economica europea. A riportare in vita una tradizione secolare creando un vino tutto nuovo è un signore che, non a caso, si chiama Alfonso Rombolà. A Brattirò, infatti, il settanta per cento della popolazione porta questo cognome. Un paesino, dunque, dove quasi tutti sono legati da un filo parentale sottile, ma, soprattutto, possidenti di vigneti con dell’uva straordinaria la cui sapiente mistura ha dato vita a un prodotto nuovissimo: il vino “Trupìa”, il cui nome vuole essere un omaggio alla bellissima Tropea nella sua definizione dialettale, nonchè l’abbattimento di ogni forma di campanilismo. Ma andiamo con ordine. Tutto cominciò dodici anni fa. A Brattirò, su impulso delle leggi europee, i moltissimi vigneti che arricchivano il territorio era stati distrutti dagli stessi possidenti. Per garantire maggiore competitività tra i vari Stati dell’Unione, l’Europa elargiva incentivi di 15 mila euro a chi tagliava il proprio vigneto. Ettari ed ettari di vigneti andarono così perduti: i contadini non avevano più i mezzi per curare le terre e i figli proiettavano il loro futuro nello studio o in altre attività che non contemplavano l’agricoltura. Ma dodici anni fa accade un fatto destinato a risollevare le sorti dell’enologia del territorio: Alfonso Rombolà, insieme ad alcuni cugini ed amici, pensò di fondare una cooperativa il cui scopo era quello di creare una nuova qualità di vino. Rombolà, laureato in Agraria, si è specializzato in enologia con il professor Vittorino Novello. La sua era dunque una vera passione suffragata da un intenso studio in tale settore. L’esperimento riuscì benissimo, ma non fu un’impresa lampo: infatti la formula segreta che ha dato vita al prezioso vino “Trupìa” è rigorosamente tenuta segreta. Di esso si sa solo che è nato dall’attenta mistura di tre tipi di uva rossa autoctona: il “mangiaguerra”, il “magliocco canino” e il “magliocco dolce”, e da una di importazione: Cabernet-sauvignon, di origine bordolese. Dalla combinazione dei quattro vitigni (ognuno con una specifica percentuale) è nato il vino che è apprezzatissimo nei migliori ristoranti lombardi, oltre che nel Vibonese, mentre si moltiplicano gli acquirenti tedeschi ed israeliani. Il “Trupìa” invecchiato in barrique di rovere va fortissimo ed è sempre più richiesto, ed è ovviamente l’orgoglio di un intero paese. Ma ciò che rende ancora più motivati i soci della Cooperativa è che molti giovani del paese sono affascinati dall’avventura enologica dei loro intraprendenti compaesani e molti di loro si stanno riavvicinando alla tradizione enologica del territorio. Ormai certi che l’agricoltura- insieme al turismo- è il vero futuro del territorio che ha bisogno del giusto riscatto.