giovedì 17 aprile 2014

L'ultimo saluto alla piccola Anita.





Limbadi. Questa è una di quelle storie che un cronista non vorrebbe mai raccontare. E’ la cronaca del funerale della piccola Anita, prematuramente mancata all’affetto dei suoi genitori e delle sorelline nel bel mezzo di un aprile crudele.  
Fin dalle primissime ore del pomeriggio moltissime persone sono giunte a Mandaradoni ad offrire cordoglio e vicinanza alla famiglia della bambina. In tanti hanno atteso che la piccola bara bianca lasciasse la casa dove Anita ha vissuto la sua breve vita. Un vento freddo e sferzante soffiava inclemente, il sole sembrava nascosto dai drappi bianche delle nuvole e improvvisamente è sembrato novembre. E così sotto un cielo vestito insolitamente d’autunno ha avuto inizio il corteo funebre. I sacerdoti: don Enzo Lazzaro (zio della bimba, che ha anche celebrato la messa), don Mario Dell’Acqua, don Antonino Loiacono, don Bernardino Comerci e don Angelo Solano,  i chierichetti, alcuni ragazzini che portano corone di rose bianche a forme di teneri cuori, e poi la bara bianca seguita da una moltitudine di gente silenziosa e in lacrime. Il piccolo borgo rurale di Mandaradoni, ha visto sfilare addolorato quella luttuosa marcia, alcuni anziani osservano il passaggio del corteo dalle finestre delle case, con un sguardo carico di tristezza e costernazione, perché si può vivere una vita, ma non ci si abituerà mai alla pena che si prova davanti a una piccola bara bianca. La mesta processione prosegue il suo percorso tra sguardi attoniti. Non sembra soltanto il funerale di una principessa, ma è forse qualcosa in più. Sembra un addio collettivo a un angelo salvatore, una creatura che si è fatta dono estremo per altri bambini. Ben nove persone hanno ricevuto gli organi che lei ha donato, nove vite rinascono da qualche parte e ritrovano speranza e futuro. Per la famiglia affranta si fa strada la luce della consolazione della fede, si cerca di dare un senso alla tragedia e una risposta al più arduo dei perché. E così germoglia la certezza di quella missione d’amore che una bambina dolce e allegra doveva condurre a termine, perché chi salva una vita salva un mondo intero, così recita il Talmud, e questo diventa il senso di una morte incomprensibile: il dono di sè, nel cuore della primavera e della settimana santa. Quando la piccola bara è giunta nella chiesetta della Madonna della Neve, il mesto funerale, si è trasformato in una celebrazione solenne, come quando si spalancano le porte del Paradiso per i prescelti del Signore. Le campane suonavano a festa, centinaia di palloncini bianchi hanno fatto da coreografia ad un atmosfera che improvvisamente non è più sembrata luttuosa. Ma la scena che forse rimarrà impressa a caratteri di fuoco tra gli astanti ha avuto luogo alla fine della messa, quando, deposta la bara al centro del cortile antistante la chiesetta, la sorellina maggiore, in lacrime, ha fatto volare in cielo una bianca colomba, simbolo di un’anima candida che vola via, ma anche di un addio a una sorella speciale, a una compagna di giochi che sicuramente occuperà per sempre un trono d’oro nel suo cuore e nella sua memoria.

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