martedì 6 novembre 2018

Riaperto il caso dell'omicidio di Francesco Prestia Lamberti.


Mileto. E’ passato quasi un anno e mezzo dall’omicidio del 15enne Francesco Prestia Lamberti, freddato a colpi di pistola la sera del 29 maggio 2017. Autore del terribile gesto un suo coetaneo e compagno di classe, Alex Pititto, che poco dopo si è recato dai Carabinieri dove ha ammesso la sua colpa. Per quel delitto, è stato condannato  dal giudice per l'udienza preliminare di Catanzaro a 14 anni di reclusione. Una pena sulla quale ha inciso la prevalenza delle attenuanti generiche e la minore età. Ma ora il caso potrebbe riaprirsi. Una determinazione assunta dagli investigatori dopo la messa in onda di un servizio della trasmissione Mediaset, “Le iene”, a cura del giornalista Gaetano Pecoraro. Nel report in questione l’inviato intervista molti giovani del luogo che ruotavano intorno alla sfera del Pititto. Dichiarazioni che hanno aperto uno squarcio su un ambiente giovanile ammorbato da una mentalità mafiosa e da un timore reverenziale nei confronti di Alex, quello che sarebbe diventato l’assassino di Francesco, ultimogenito della temuta famiglia Pititto, più volte balzata agli onori della cronaca per le attività criminali collegate al traffico degli stupefacenti. Nella fattispecie, i Pititto entrano a pieno titolo nell’operazione “Stammer”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro e riguardante un’articolata inchiesta sul narcotraffico, connesso con gli ambienti della criminalità colombiana ed albanese. Le dichiarazioni dei ragazzi rivelano, inoltre, che non era un segreto per nessuno che il Pititto girasse in paese con un’arma da fuoco e che esercitasse atteggiamenti intimidatori nei confronti degli amici i quali una volta sono stati costretti dal giovane, armato di pistola, a mettersi in ginocchio e ad essere bastonati da un tubo di ferro. C’è poi la testimonianza di un altro ragazzo, chiamato convenzionalmente “Paolo”, e che svolgeva per lui il ruolo di autista. Racconta egli stesso di averlo accompagnato, quel 29 maggio 2017, con la sua autovettura in località “Vintacitu”. Con loro c’era anche Francesco Prestia Lamberti. I due sono scesi dalla macchina e si sono addentrati nell’adiacente campagna, mentre “Paolo” attendeva in macchina. Ma solo uno di essi tornò alla base, ed era Alex. Senza battere ciglio riferì a “Paolo” di aver ammazzato Francesco per “una cosa che non gli doveva fare” e quindi di essere stato minacciato, con tanto di pistola puntata sul fianco: se avesse parlato avrebbe fatto la stessa fine.  Nel corso del processo, Alex dichiarò di aver fatto tutto da solo e che tra lui e il suo compagno di classe non vi era stata alcuna colluttazione. Eppure i genitori della giovane vittima sono sempre stati convinti che il Pititto non possa aver agito senza l'aiuto di un complice. A confortare questa tesi ci sarebbero delle ecchimosi sul corpo del povero Francesco, non ispezionate durante l’esame autoptico, ma messe in evidenza dall’anatomopatologo Aniello Maiese, consulente del tribunale di Roma, a cui l’inviato delle Iene ha sottoposto il referto dell’esame necroscopico. Maiese definisce quell’autopsia “un puzzle lasciato a metà”. Vi sarebbero, infatti, contusioni e lividi sulle braccia e sul collo che parlano di una colluttazione verosimilmente durante un tentativo di strangolamento a cui la vittima sarebbe riuscita a sfuggire, divincolandosi. Ma i colpi di pistola fatali lo hanno immobilizzato per sempre. Secondo il perito romano, dunque, almeno due persone avrebbero partecipato all’azione omicidiaria. Tanto è bastato agli inquirenti per presentarsi negli studi di Mediaset e reperire i filmati del servizio. Ma qual è il movente che ha armato la mano di Alex Pititto? Sembrerebbe un semplice “like” sul profilo Facebook della sua fidanzatina. Uno sgarbo da punire con la morte. 

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